Disgrafia

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La calligrafia è un'arte del disegno. Per i cinesi i poeti erano anche calligrafi. Steve Jobs (l'inventore e imprenditore del marchio Apple) insoddisfatto dei corsi universitari si iscrive a un corso di calligrafia. Prima del computer i corsi di calligrafia erano studi sulla forma grafica delle lettere e loro composizione eseguiti a mano  in uno stile volutamente bello e leggibile . Dal corso di calligrafia, Steve Jobs, passerà alla ricerca di un metodo per tradurre quella bellezza calligrafica in un modello informatico passato alla storia come "Word". Che tutti noi usiamo quotidianamente.

Inoltre, qualsiasi adulto di oggi, ricorderà (nella sua infanzia) le proteste del farmacista di fronte alla ricetta scritta dal medico con calligrafia ritenuta illeggibile. Quelli narrati sono due aneddoti che raccontano come nel caso di Steve Jobs, lo studio e l'esercizio della calligrafia sia stato fonte di grande creatività per lui, una forma di impostazione del pensiero che gli ha permesso di elaborare altre forme creative ed estetiche di grande impatto visivo.

Nel secondo  aneddoto  si vuole ricordare come nessuno avrebbe ritenuto malato il proprio medico condotto, o di base, che dir si voglia, per diagnosi a seguito della protesta del farmacista inviperito.

La calligrafia richiede molto esercizio della mano, e oggi con l'infinità dei contenuti scolastici da fare apprendere agli alunni nessuno dedica più tempo all'importanza cognitiva dell'esercizio delle mani e del corpo nel comporre le forme, gli stili. Richiederebbe molto tempo e molta tranquillità, che il mondo attuale non concede a nessuno.

Ci sono alcune responsabilità che come adulti ci dobbiamo prendere. Se stiamo andando tutti di fretta, se facciamo tutto superficialmente e con una certa dose di pressappochismo, in ogni ambiente e settore, è inaccettabile che accusiamo i bambini di oggi di non essere il bambino di quaranta anni fa che stava ore sulle lettere dell'alfabeto ricamandole, perché nessuno si comporta né tanto meno insegna come quaranta anni fa.

Il pedagogista, come figura che fa ricerca non esiste più. I bambini sono l'effetto più evidente di come ci comportiamo noi adulti, vorremmo che a due anni ne avessero quaranta, perché non abbiamo tempo da dedicare alla loro educazione, e dobbiamo correre, correre, correre.

Ma, allo stesso tempo, sappiamo che stanno perdendo qualcosa che noi abbiamo avuto, così, facendo una confusione biblica, li dichiariamo malati, credendo ci sia la formula dell'apprendimento senza educazione. Miraggio da allucinati nel deserto, non facciamo altro che peggiorare la situazione.

Creiamo una società di malati che non giova a nessuno, né ai giovani, né a noi perché loro sono il nostro futuro.

Perché non ammettere che certe volte non riusciamo nemmeno a leggere il biglietto della spesa da noi stessi scritto? Allora ammettiamo che siamo frettolosi e diseducati.  Ammettiamolo, ma allo stesso tempo ammettiamo anche non si tratta di una malattia e che non c'è una formula veloce per saltare il tempo dell'educare.

I giovani vanno educati? Mettiamoci d'accordo come. Se la calligrafia non ha più rilevanza nel nostro mondo di macchine, è una perdita, ma dichiariamola una perdita collettiva e non una malattia o disturbo o qualsivoglia neuro diversità affermata ma mai evidenziata. Oppure se è importante, allora il tempo da dedicare a questo aspetto va riconsiderato nei termini dell'apprendimento e va coltivato con cura e dedizione.

La Storia

L'opinione prevalente della psicopedagogia affermatasi nell'ultimo trentennio, era quella che fosse meglio non costringere i bambini ma lasciarli liberi di esprimersi nell'apprendimento della scrittura e della lettura, i bambini devono essere lasciati liberi di ricopiare le lettere senza un metodo, non si correggono gli errori sia di presa della penna, che di esecuzione nelle fasi in cui avviene l'apprendimento e il consolidamento del modello corsivo, viene corretta solo l'ortografia.  Questo approccio ha prodotto lo stato di cose a cui oggi assistiamo.

Cosa è avvenuto? Semplicemente l’aumento esponenziale di "diagnosi" di disturbo della scrittura, denominato "disgrafia", seppure in totale assenza di riscontri di alterazioni neurologiche, o neurodiversità come sono oggi ridefiniti i "disturbi dell'apprendimento", e direttamente proporzionale a questa tendenza, la grafia dei bambini non rispetta i canoni ed è illeggibile.

Nessuno osserva che i bambini e molti ragazzi come anche tanti giovani adulti, non hanno avuto modo di apprendere le regole della bella scrittura (vedi sotto), né sanno più correggersi e regrediscono finendo con l'apprendere a scrivere lo stampatello. Appongono così anche la loro firma con nome e cognome in stampatello.

Genitori e insegnanti riferiscono di bambini con scrittura disordinata, disuguale, incontrollata e illeggibile, e di bambini che non sanno impugnare la penna in maniera efficiente, con il risultato di affaticare la mano o di non riuscire a controllare gli spazi dove scrivono.

Non si vuole riconoscere il fatto che la scrittura è un codice.

Un codice che va insegnato con un metodo e che per essere comune a tutti, si basa su convenzioni necessarie, tutt'altro che casuali.

Questo avviene per le calligrafie di tutte le lingue del mondo.

I numeri

Il “disturbo” della scrittura, chiamato “disgrafia”, avrebbe oggi un'incidenza fra gli studenti delle scuole italiane fino al 20%, facendo impallidire i dati statistici relativi alla “dislessia” (4-5%) e alla “disortografia” (2-8%). La “disgrafia”sarebbe in continuo aumento e interesserebbe non solo gli scolari della scuola elementare, ma anche quelli delle scuole  medie inferiori e superiori, fino a raggiungere gli studenti dell'università. Si tratta di quella che un tempo veniva chiamata “brutta scrittura” o “scrittura illeggibile”, ma che oggi é stata riconosciuta essere un vero e proprio “disturbo” o “disabilità”, con caratteristiche sue proprie, che si manifesterebbe nella maggior parte dei casi in assenza di dislessia.

La “disgrafia” è definita «un disturbo della scrittura manuale che si evidenzia come difficoltà a riprodurre i segni alfabetici e quelli numerici.» Difficoltà che riguarderebbe soprattutto la scrittura dei caratteri corsivi, infatti si ritiene che «il segno più evidente della disgrafia è una difficoltà ad automatizzare un corsivo fluente e morfologicamente comprensibile.»

I presunti sintomi

I sintomi della nuova “malattia” o “disabilità” consisterebbero in una riduzione della velocità della scrittura (misurata in numero di lettere scritte al minuto o al secondo), e in una scrittura poco leggibile o illeggibile. In particolare, la scrittura “disgrafica” presenta: deformazioni o perdita dei tratti distintivi delle lettere che le rendono ambigue o non identificabili, sproporzioni tra le varie parti della lettera, alterazioni nella dimensione delle lettere che sono troppo grandi o troppo piccole, inclinazione scorretta delle lettere, passaggio da un carattere di scrittura all’altro alternando l’uso di maiuscolo, minuscolo, corsivo, stampatello, assenza di collegamenti tra le lettere nel corsivo, fluttuazioni delle lettere al di sopra o al di sotto del rigo.

Le presunte cause

Quale sarebbe dunque l’origine del nuovo “disturbo”, che porta globalmente oltre un quarto dei bambini delle nuove generazioni ad essere incapaci di leggere e/o di scrivere?

Secondo le teorie “scientifiche” oggi accreditate, la “disgrafia” sarebbe dovuta a «difficoltà prassiche di coordinazione, di integrazione visuomotoria e meta fonologica.» E quale sarebbe la causa di tali difficoltà? La tesi sostenuta è quella di un «deficit di sviluppo di natura congenita» che «appartiene al patrimonio genetico dell’individuo.» Saremmo noi dunque in presenza di una mutazione involutiva del patrimonio genetico della specie umana, che secondo queste premesse deteriora una delle sue funzioni più evolute, la scrittura, portandola un po’alla volta a regredire agli stadi pre-alfabetici, alla scrittura ideografica e pittografica, fino ai dipinti rupestri? Per certi aspetti, i quaderni odierni dei bambini delle scuole elementari sembrano proprio avallare tale ipotesi. Ma una loro attenta analisi rivela anche molto altro. 

Pittogrammi? 

Definizione di Pittoramma: «Segno pittografico, in senso più generico, disegno o simbolo stilizzato in uno o più colori, derivato da Pittografia».(G. Devoto, G. C. Oli, ibidem p.1). 

I quaderni contengono molti più disegni e immagini fotocopiate, incollate, colorate… che non lettere, parole e frasi scritte. Si tratta forse di un ritorno alla rappresentazione attraverso “pittogrammi”?

Ideogrammi?

Definizione di ideogramma: «Simbolo grafico che non rappresenta un valore fonetico, ma un'immagine o un'idea. Come per esempio le cifre sono degli ideogrammi. Il termine ideogramma è composto da ideo + gramma». (G. Devoto, G. C. Oli, ibidem p.1). 

Quando nei quaderni si trova una serie di parole, ciascuna di esse è sempre, obbligatoriamente affiancata dal disegno corrispondente. Perché? Sono forse questi “ideogrammi”, attraverso i quali il bambino può capire il significato delle parole che ha “scritto”, e che altrimenti gli risulterebbero incomprensibili?

Copiare anziché scrivere

Fin dai primi giorni di scuola, infatti, il bambino copia parole e frasi che non conosce, lettere che non gli sono state mai insegnate. Perché il bambino “copia” anziché esercitarsi nella composizione della scrittura? 

Quiz o scrittura?

Perché i quaderni di oggi sono zeppi di: «ricalca le lettere, completa le parole, cerchia, barra, sottolinea, cancella, riordina, collega, trova, colora, cambia le lettere, togli, metti…» anziché: «scrivi,  pensierini, dettato, riassunto…?»

Dov’è finito il gesto grafico?

Che ne è stato dell’importanza del gesto grafico? Il gesto che veniva insegnato per disegnare una lettera quale la determinazione del punto d’attacco, la direzione dei movimenti da eseguire e il modo di collegare le lettere fra loro …? Perché non si trovano nei quaderni gli esercizi propedeutici con le forme di base del corsivo, come file di aste, ghirlande, arcate, ovali, asole …?

Perso ogni riferimento nei quaderni

Perché sono stati abbandonati i quaderni a quadretti piccoli per imparare a scrivere, perdendo ogni riferimento fornito dai lati dei quadretti per le misure di ogni lettera e le proporzioni fra le sue varie parti: un quadretto per l’ovale, un quadretto per ogni gambetta della n e della m, un’asta di un quadretto verso l’alto o verso il basso per la lettera t o la lettera p, e così via per tutto l’alfabeto? Perché i bambini scrivono, invece, su un quaderno a quadretti grandi, in cui ogni lettera naviga libera all’interno di un quadrettone, senza riferimenti per dimensioni, proporzioni fra le varie parti, inclinazioni, staccata e lontana dalle altre?

Scrivere in stampatello

I bambini imparano a scrivere in stampatello minuscolo. Perché? Dato che lo stampatello è il carattere della stampa e non della scrittura manuale? Sorgono qui una serie di domande:

- Perché si fa scrivere fin dalla prima infanzia prevalentemente in stampatello minuscolo e poi ci si meraviglia che non venga acquisito un adeguato “automatismo nel corsivo”?

- Perché si fanno scrivere i bambini in stampatello, poi li si diagnostica “disgrafici” quando non sono corretti nel corsivo?

- Perché si indica come sintomo di “disgrafia” la mancata legatura delle lettere, che è invece una caratteristica peculiare della leggibilità dello stampatello?

- Perché si dice che i bambini mostrano lentezza nella scrittura, se questa è una condizione necessaria per scrivere correttamente in stampatello, a differenza del corsivo che, come dice il nome, “corre”, quindi agevola la velocità dello scrivere?

104 segni grafici

Perché si insegna a scrivere le lettere in quattro caratteri contemporaneamente: stampatello minuscolo, stampatello maiuscolo, corsivo minuscolo e corsivo maiuscolo, che comprese le cinque lettere straniere costituiscono un totale di 104 segni grafici? Perché introdurre una tale smisurata moltiplicazione dei segni alfabetici a un bambino che sta appena imparando a scrivere anziché, come si è sempre fatto, le sole 21 lettere del corsivo minuscolo sufficienti per scrivere tutte le parole della lingua italiana? E perché poi ci si stupisce che il bambino abbia “difficoltà a ricordare e riprodurre la forma delle lettere”? E che la sua scrittura presenti frequenti “passaggi da un carattere all’altro, alternando l’uso di maiuscolo, minuscolo, corsivo e stampatello”? Perché si ritiene che questo miscuglio di segni sia imputabile alla “disgrafia”?

“Deficit di sviluppo” della scrittura?

Infine, perché si parla di “deficit di sviluppo congenito” dell’abilità di scrittura? Come si pensa possa strutturarsi la manualità della scrittura, in assenza di un adeguato insegnamento?

Perché si va in cerca di presunte e mai dimostrate “difficoltà prassiche, percettivo-motorie e metafonologiche”, per spiegare l’inevitabile pessima scrittura dei bambini?

Un’insegnante in pensione ha dichiarato: «Da quando non insegno più tutti i giorni ai bambini la mia calligrafia è molto peggiorata. Prima ne andavo orgogliosa, adesso per scrivere come prima mi devo concentrare, devo fare uno sforzo, ho perso l’automatismo».

 

 

1.http://dislessia-passodopopasso.blogspot.it/2008/04/disgarafia.html

2.http://www.bollatesecondocircolo.org/DSA/guide/disgrafia_1.pdf

3.http://cti.besta.it/_res/_doc/dsa_can.pd

4.http://www.alighierirescaldina.it/dsa_e_adhd.pdf

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